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Myroslav Laiuk: “La memoria è un moccio nero”. Sulla distruzione e su ciò che rimane quando tutto è distrutto

“Moccio nero di memoria” è il titolo di uno dei capitoli che compongono Bachmut, serie di resoconti e saggi sulla vita di guerra raccolti nell’omonimo libro edito da Ukraïner e firmato dallo scrittore e poeta ucraino Myroslav Laiuk, vincitore del prestigioso Premio Jurij Ševel’ov per la miglior opera di saggistica in lingua ucraina nel 2024.

Insieme al fotografo Danylo Pavlov, Myroslav Laiuk nel 2023 ha trascorso giorni e notti al fianco di artiglieri, medici, cappellani, soccorritori e bambini nella città di Bachmut e dintorni, tra le zone più martoriate dell’Ucraina, dove bombardamenti e battaglie continuano ancora oggi a distruggere villaggi e territori senza sosta, per raccontare non solo la storia di questa città e di questa gente, ma anche e soprattutto per parlare del fenomeno della memoria e dell’oblio.

Nel giorno dell’anniversario del terzo anno dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, vi invitiamo a leggere la traduzione italiana di questo frammento scritto da Myroslav Laiuk “sulla distruzione e su ciò che rimane quando tutto è distrutto”.

Moccio nero di memoria, di Myroslav Laiuk

(sulla distruzione e su ciò che rimane quando tutto è distrutto)

«Non ricordo più nulla», una donna anziana indica la casa bruciata. «Mi sembra che il televisore fosse lì, mentre qui era dove io e mio marito dormivamo, su questo divano, e poi c’era un attaccapanni con un cappotto, ho dimenticato la fede nuziale in tasca…».

Pranziamo all’ombra di un vigneto dai grandi grappoli color smeraldo. Sto per commentare che ci sarebbe stata una buona vendemmia, ma mi riempio subito la bocca di tinche fritte che il proprietario ha appositamente pescato per noi ieri (o meglio: “qualche tinca e un piccolo luccio”). Qui a Makariv, vicino a Kyiv, molte case sono andate bruciate, perciò gente proveniente da diverse parti dell’Ucraina e del mondo viene qui ad aiutare. A essere onesti, non c’è un’effettiva utilità immediata nel contesto attuale. Carichiamo con alcune pale i mattoni rotti dall’intonaco bruciato sulle carriole e li ammucchiamo in una pila, lasciando solo le fondamenta pulite. Insomma, nessun preparativo in vista delle riparazioni che verranno completate entro l’inverno.

Trovo le molle del divano, poi un transistor fuso e chiamo i proprietari: «Ho trovato il vostro televisore». Ridono. Nonostante tutto, la gente qui è generalmente di buon umore. Questa è forse l’unica cosa che permette di accettare serenamente l’ennesimo rifiuto alle richieste di un’altra sistemazione, anche in una casa mobile. Le autorità locali dicono: non siete gli unici in difficoltà. E lo sanno bene: non sono gli unici, e per ora hanno anche la possibilità di vivere da amici. Inoltre, sono vivi.

Al primo tentativo di assimilare questo spazio bruciato e ridotto in macerie, queste querce lacerate dalle granate, i crateri sotto le case, le more mature tra i rivestimenti di plastica carbonizzati, finisco per estraniarmi dalla realtà e, di tanto in tanto, rabbrividire per le improvvise vampate di freddo, tremando senza motivo. L’intero edificio della coppia di anziani è diventato cenere colorata, persino alcuni mattoni. Grandi pezzi di metallo fusi, simili a re dei ratti, occupano il posto di pentole, padelle e piastre per cialde. Qua e là, pezzi di vetro fuso. Tutt’a un tratto mi sento quasi in imbarazzo per l’ingenuo desiderio di voler ritrovare, in mezzo a questa cenere screziata, la fede nuziale per la donna dal fievole sorriso. Sta litigando con il marito sotto il vigneto. Lui dice di non avere fame, mentre la donna insiste che oggi non ha mangiato nulla e l’uomo le risponde di abbassare la voce perché la gente li può sentire.

Il proprietario viene verso di noi e, come nulla fosse, tira un calcio alla parte di muro che rimane del bagno. Questa crolla lievemente, come se fosse destino. Quest’uomo sorridente con una sigaretta e una tuta blu, dice di non rimpiangere nulla di questo posto, che non gli manca niente, nemmeno i suoi costosi utensili tedeschi. Eppure, quando trova brocche, tazze e saliere bruciate, le appoggia con cura sul perimetro delle fondamenta.


«Trovatemi qualcosa da tenere come ricordo», chiede al telefono l’ex residente di una casa in via Lermontov, a Irpin’.

La donna ora è in Germania, il suo appartamento lo stanno ripulendo dei volontari. Una delle residenti di questo condominio, il cui appartamento è intatto e che si occupa della cosa, racconta che alcuni degli abitanti evacuati all’estero sono già tornati a casa: hanno visto le loro abitazioni distrutte, si sono voltati indietro e sono ripartiti. E quando i volontari li hanno chiamati per sapere se avessero bisogno di aiuto, non hanno più risposto al telefono. La nostra interlocutrice sta bene, tranne per il fatto che una granata, dopo aver rotto un vetro, si è conficcata nella parete della camera dei bambini.

La donna al telefono racconta che non è riuscita a prendere nulla, nemmeno una tazza o un bicchiere, che le manca casa e che vuole tornare al più presto. Portiamo fuori i detriti, notando che è diversa rispetto a quella degli altri appartamenti: qui non è rimasto nulla, né pezzi di metallo, né porcellana, nemmeno la vasca da bagno. Dalla maggior parte degli appartamenti vicini i volontari recuperano quel che resta dei sanitari, gettandoli attraverso le finestre su un mucchio di rifiuti metallici, tolgono frammenti di piastrelle che hanno persino conservato il loro colore; penzolano numerosi contatori del gas bruciati, ma quasi intatti. Qui, invece, non c’è nulla. Dopo le parole della donna, tutti frugano disperatamente nel mucchio di cenere, cercando di recuperare almeno qualcosa.

Tra le cose trovate negli altri appartamenti ci sono armature da cavaliere, computer portatili, bossoli di proiettili, una scatola con carboncini simili a matite, portaoggetti con gioielli preziosi, una scatolina con del denaro, un dildo, delle statuette di dinosauri in argilla.

Il più delle volte queste persone ci dicono – e soprattutto dicono a loro stesse: l’importante è essere vivi. Dopotutto, non è forse così?

Durante la pausa pranzo mi dirigo verso il centro di Irpin’. Qui i pini sono alti, c’è una luce stranamente magica. A un certo punto mi rendo conto di non aver visto una sola recinzione colpita da schegge. Il sole splende attraverso di esse, strappandomi ancora una volta dalla realtà e trasportandomi in una fiaba. Poi mi accorgo che una casa su tre in questo luogo singolare è stata fatalmente danneggiata: i tetti sono crollati, pieni di fuliggine, dilaniati.

In una caffetteria nel centro di Irpin’ la barista è ovviamente molto contenta di avere clienti, mi prepara un buon caffè. Nel parco un gruppo di bambini, come impazziti, urlano e litigano chiamandosi Putin. Molti abitanti del posto hanno già ripulito tutto, sistemato le finestre, sostituito i tetti. Muovendosi a ritmo di tecno ad alto volume, un uomo barbuto di mezza età sta dipingendo una staccionata. Ma ecco che all’incrocio di via Tolstoj e via Lermontov c’è un complesso residenziale dove non c’è praticamente nulla da riparare.

La sera, mentre faccio i lavaggi nasali, mi accorgo che il moccio è nero. Tutto quello che queste persone amavano, che si regalavano, che mangiavano e con cui cucinavano, per cui hanno preso la patente: tutto si è trasformato in cenere.


Ed ecco un’altra casa privata a Irpin’. I proprietari non ci sono. Metà della casa è rimasta intatta, l’altra metà è andata distrutta. A giudicare dai vestiti e dai mobili, si ha l’impressione che in ogni stanza ci vivesse un bambino, ciascuna ha una mensola di libri, per lo più per bambini e scolastici. Nulla è andato bruciato, ma tutto è ricoperto di polvere. Su alcune porte compaiono tre nomi e una serie di numeri: data e altezza, a partire dal 2012.

In cortile c’è un albero di amarene, con frutti dolci e duri. Non riesco a smettere di mangiarli, mangio, mangio e mangio fino allo sfinimento. Che almeno queste amarene abbiano un senso.

A poche strade di distanza c’è un’altra casa privata. Tra i volontari c’è uno straniero che parla inglese. Il proprietario sta cercando di spiegargli cos’è il kvas. Anche quelli che conoscono l’inglese glielo spiegano, ma lo straniero continua a non capire come si possa fare una bevanda a partire dal pane.

Nel cortile sono appena sbocciate una miriade di rose. La proprietaria, guardando la casa con il tetto sfondato, ride amaramente ed elenca i nomi latini delle varietà di tutti questi fiori. E subito penso: “Queste rose sono una presa in giro per la gente”; ma la donna mi risponde: «Sono l’unica gioia».

Tra i volontari ci sono molte ragazze. Alla fine del turno la proprietaria, dopo essersi ricordata dell’elogio alle sue rose, dice: «Aspettate un attimo». Entra in casa (o come possiamo chiamarla se ha solo tre pareti?) e torna con delle cesoie da giardino. Tutti urlano: «No, non farlo!». «Almeno per le ragazze», insiste la donna. Le ragazze ridono dicendo che si tratta di sessismo, ma sull’autobus si mettono a togliere le spine, che sono tante.


Un’amica mi racconta della casa di suo suocero, dove hanno vissuto gli occupanti. In pratica, tutto è intatto, hanno solo sparpagliato i vestiti ovunque e sporcato. Tuttavia i proprietari non vogliono tornarci, non possono. Non possono farlo a causa di un piccolo dettaglio: gli “ospiti” hanno defecato sul letto.

Insomma, ancora una volta tutto è intatto, c’è l’acqua calda, un frigorifero, il tetto, tutto è in ordine e pulito. Ma ci sono cose che neanche tutto il cloro del mondo può lavare e nessun vento può spazzare via.

Cerco di trovarci un senso in qualche modo: perché, per cosa, da dove viene tutto ciò? Per qualche ragione, forse – a un livello molto più basso, naturalmente – ricordo i bambini tirchi che leccano deliberatamente tutte le caramelle così che nessun altro se le prenda. O i cani che marcano il territorio, oppure i cani dell’ortolano che non mangiano, ma non lasciano mangiare gli altri.

Distruggere per il gusto di distruggere? Distruggere per sempre, in tutti i sensi?

Ci sono molti edifici di questo tipo, senza speranza, senza muri o con crepe sulle pareti portanti, dove non ci andrà mai nessuno ad abitare perché sono stati dichiarati inagibili. Mi chiedo cosa stiamo facendo qui. Non è uno spreco di energie? Ci sono altre case dove si può ricostruire qualcosa prima che arrivi il freddo. Non è per questo che siamo qui, per prepararci alla guerra e alla vita di questo inverno?

Chiedo a quell’uomo di Makariv, quello con la tuta blu, che ci aveva preparato il pesce: “Cosa pensate di fare dopo? Quando inizierete a ricostruire?”. Si guarda i piedi, poi la moglie che arriva dai vicini con una cassetta degli attrezzi in mano, dà un’occhiata all’area – dal cancello ammaccato da dove è entrato il carro armato fino al melo superstite – e, sospirando, mi dice che è troppo vecchio per mettersi a costruire di nuovo. L’uomo non crede che verrà risarcito in tempi brevi.

Perché allora ci ha chiamati? Il vecchio risponde in modo semplice e onesto, una schiettezza e semplicità da cui è difficile riaversi: «Voglio solo pulire».


La memoria è un transistor, una tinca e un piccolo luccio, è un uomo in tuta blu, un cappotto con una fede nuziale in tasca, un contatore bruciato, un’armatura da cavaliere, la voce di una vivace donna dalla Germania, gli stipiti con i numeri, le amarene che nessuno raccoglierà, la gioia delle rose: tutto ciò che scorre davanti ai nostri occhi si trasforma in un groviglio di oggetti di metallo e vetro fusi. Oh memoria, dobbiamo davvero trattarti come un calice di cristallo? O dovremmo, forse, romperti, frantumarti, ridurti in polvere? Nei campi bruciati, l’anno prossimo, le piante cresceranno rigogliose.

La memoria è un moccio nero. Ogni volta, un moccio nero. Che sia dopo aver ripulito la lana di vetro bruciata nella casa della cultura o di una semplice abitazione, dove nulla ha preso fuoco, la guerra è comunque entrata per qualche minuto: è piombata dentro e, come un cane, ha rovesciato tutto ed è scappata.

Sono solo pezzetti di cenere, che si sono depositati sulla tua rinofaringe. Proprio sulla mucosa della tua rinofaringe arrossata ci sono ricordi estranei del primo passo di un bambino, della prima notte con una ragazza, dei primi cornetti sfornati con successo, dell’ultima conversazione con la madre. Sulla rinofaringe di una persona qualsiasi ci sono granelli di polvere che ieri erano il contenuto della vita di qualcun altro.


Una volta, nel quartiere Obolon’ a Kyiv, dove vivevo, è spuntato di corsa un alce. I media spiegarono che trent’anni prima lì c’era una foresta dove vivevano gli alci e che, a portarlo qui, era stato il richiamo ancestrale del sangue, non poi così antico.

Cosa ci sarà sul luogo della casa di quest’uomo che dice di non avere rimpianti, ma che estrae dalla cenere una saliera fusa e sorride?


E si parla solo della coda di quel mostro che aspetta fuori dal cancello. Perché a un certo punto passiamo davanti al garage e la donna ci dice: «Ivan se ne stava sdraiato lì…».

Poco dopo, in una caffetteria, incontro un volontario che mi racconta di aver assistito a una delle esumazioni. I giornalisti militari dei principali media erano in piedi vicino alle fosse, pronti a tutto. Avevano montato le telecamere, erano sul punto di registrare. E poi, all’improvviso, tutti hanno iniziato a vomitare.

Si dice che gli odori lascino il ricordo più forte. E che all’inferno l’olfatto sia il primo dei sensi.


Ed è qualcosa di molto profondo, del tutto incontrollabile. La memoria è quando non si ricorda più quello che è successo, quando è accaduto, cosa c’era e dove, chi era chi. È quel freddo ricordo di temperature sotto lo zero che distingue “loro” e “noi”. È quel ricordo sacro di quando la mente è vuota, ma è rimasto un ultimo riflesso: una casa deve essere pulita, anche quando non c’è più.

agosto-settembre 2022, maggio 2023

“Moccio nero di memoria”, estratto di Bachmut di Myroslav Laiuk (Meridiano 13/Claudia Bettiol)

“Moccio nero di memoria” è un estratto di Bachmut di Myroslav Laiuk. Le foto sono di Danylo Pavlov. La traduzione è a cura di Claudia Bettiol.

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Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, la sua passione per l’est è nata ad Astrachan’, alle foci del Volga, grazie all’anno di scambio con Intercultura. Gli studi di slavistica all’Università di Udine e di Tartu l’hanno poi spinta ad approfondire le realtà oltrecortina, in particolare quella russa e quella ucraina. Vive a Kyiv dal 2017, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, MicroMega e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino il reportage “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk, edito da Bottega Errante.