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Un segretario di Baghdad a un funerale vichingo: il resoconto di Ibn Fadlan durante un “funeral party” sulle sponde del Volga

La bara si muove

Avete presente la commedia americana Funeral Party (2007), diretta da Frank Oz e con un giovane Peter Dinklage nel cast? Per chi non la conoscesse, il film è un susseguirsi di eventi stravaganti e surreali, tipici del black humor. A un certo punto della trama si scopre che il personaggio interpretato da Dinklage era l’amante del defunto padre del protagonista e per questa ragione si è presentato al funerale con l’intento di ottenere un compenso economico, minacciando di rivelare la relazione segreta attraverso foto compromettenti.

Tuttavia, egli viene accidentalmente drogato al punto da perdere i sensi e sembrare morto. Nel caos generale, finisce persino nella bara dell’ex amante, facendo dimenticare a tutti, persino a noi spettatori, che nelle altre stanze deve essere celebrata una funzione funebre. Insomma, una cerimonia certamente atipica ove la tristezza e il lutto sono protagonisti estremamente secondari.

Peter Dinklage (Wikipedia)

La spettacolarizzazione del rito funebre (come anche nel caso di una commedia demenziale del XXI secolo) è, in realtà, un elemento di grande rilievo nella prospettiva storica. Sin dai tempi più remoti, il rito sacrale della commemorazione dei defunti ha rappresentato un aspetto centrale nelle società, sia occidentali che orientali, manifestandosi in modalità diverse: dalle parate commemorative romane alle festività, per non parlare dei riti cristiani, celtici o egizi.

L’importanza di tale ritualità vale anche per il popolo vichingo che, attraverso le proprie usanze, rendeva spesso omaggio ai defunti in un modo, ancora oggi, tanto conosciuto: la nave in fiamme, posizionata su uno specchio d’acqua. Ciò che state per leggere si concentrerà su un evento che, tra i suoi protagonisti, include anche alcuni di origine norrena. Invece, per quanto riguarda la pellicola di Oz, essa è stata semplicemente una parentesi ironica (o se meglio preferite, un trampolino di lancio), utile per introdurvi una storia tutt’altro che divertente ma, sicuramente, fuori dal comune.

Chi? Dove? Quando?

Nei primi anni del X secolo un ufficiale arabo di nome Ibn Fadlan (877-960) ricoprì l’incarico di segretario del califfo persiano di Baghdad e, tra i suoi impegni diplomatici, dovette recarsi nei pressi della regione fluviale del Volga. Egli aveva il compito di raggiungere la corte del re dei bulgari (a proposito di bulgari leggi anche Lo “sterminatore di bulgari”: storia dell’imperatore Basilio II), Almış, al quale avrebbe dovuto chiedere una protezione in campo militare contro il ceppo dei chazari. Quest’ultimi vengono ricordati dalle fonti arabe come un popolo nomade, originario della steppa asiatica ed estremamente brutale.

La loro capitale, Itil, era situata sulle sponde del Volga e si presentava come un importante centro di attività commerciale nonché come snodo che univa l’Europa continentale con le realtà dell’Oriente. Per questo motivo i bulgari, in quanto confinanti, si dimostrarono ostili nei confronti dei chazari, temendoli come una nuova minaccia per le loro terre. Infatti, Ibn Fadlan decise di giocare la carta del “nemico comune” per stringere un accordo di alleanza con i bulgari.

Il cronista compì questo viaggio intorno agli anni 921-922, raccontando nei suoi resoconti tutte le vicende alle quali prese parte. Tra queste rientrarono alcuni eventi che avevano come protagonista il popolo norreno, in particolar modo con dei rus’ che si erano stanziati proprio sulle sponde del Volga. In questo modo, l’autore ebbe l’occasione di vedere da vicino i comportamenti, le usanze e le relazioni che i vichinghi orientali avevano stretto con la popolazione locale.

Ho veduto i rus’ durante i loro viaggi commerciali, accampati lungo l’Atil (il Volga). Non avevo mai visto esemplari umani altrettanto perfetti, alti come palme da datteri, biondi e rubicondi; non indossano né qartaq (tunica) né caffettano, ma gli uomini portavano una veste che lascia libera la mano. Ognuno ha un’ascia, una spada, un coltello che tiene sempre con sé. Le spade sono larghe e scanalate, simili a quelle dei franchi. […]

Dopo essere usciti dalla loro terra ed essersi ancorati o legati con un canapo alla riva del Volga, che è un grande fiume, costruiscono grandi case di legno sulla riva, ciascuna capace di ospitare più o meno da dieci a venti persone. […] «Mio signore sono giunto da una terra lontana e ho con me tante schiave e tante martore» e procede elencando tutte le merci.

Accampamenti fluviali (Pixabay)

È importante sottolineare come, per i vichinghi, il Volga non rappresentasse soltanto un punto di arrivo e di stanziamento, ma piuttosto una base strategica da cui partire per esplorare nuove terre. Di fatto, il tragitto che gli scandinavi generalmente effettuavano per raggiungere le terre europee-orientali comprendeva il lago Ladoga, il fiume Volchov e il Dnepr/Dnipro.

Leggi anche: Il ruolo dei fiumi nella Russia medievale

Il funerale vichingo

L’opera di Fadlan, intitolata Risala, descrive in modo dettagliato ciò che gli occhi del viaggiatore arabo avevano osservato durante il viaggio. L’evento più iconico raccontato dal cronista persiano riguarda la celebrazione delle esequie di un membro della guardia variaga, ovvero il funerale vichingo che dà il titolo a questo articolo. Fadlan riferisce che il corpo del defunto fosse stato rivestito dei suoi abiti migliori, circondato da offerte come cibi, carcasse, vestiti e oggetti preziosi.

Tuttavia, come ci spiega il cronista, il variago non sarebbe stato il solo ad abbandonare la terra dei vivi, ma sarebbe stato in compagnia di una giovane fanciulla. Per rendervi ancora più chiaro ciò che l’emissario arabo vide con i propri occhi, vi riporto il testo scritto direttamente da Fadlan – estratto da G. Jones, I Vichinghi, Roma, Newton Compton, 1978 (pp. 446-448).

[N.B. Il testo originale di Fadlan è frutto di una versione tradotta per mano di Smyser che, a sua volta, tiene conto di due traduzioni: quella tedesca di Ahmed Zeki Validi Togan e quella francese di M. Canard. I passi riportati sono basati sul manoscritto del Risala (trascritti nell’XI secolo) scoperti in Iran, a Meshed, nel 1923 proprio da Zeki Validi. È giusto specificare, inoltre, che ai fini della traduzione integrale del resoconto è stata impiegata un’ulteriore e seconda versione del Risala: quella di Amin Razi, del 1593 circa].

Fadlan scrive:

Avevo sentito dire che alla morte dei loro più eminenti personaggi facevano molte cose interessanti, la meno importante delle quali era la cremazione, ed ero interessato a saperne di più. Finalmente mi fu detto che era morto un loro uomo importante. Essi lo misero in una fossa e sopra vi misero una copertura per la durata di dieci giorni, mentre tagliavano e cucinavano indumenti per lui.

Se il defunto è povero fanno una barchetta, dove lo mettono a giacere prima di cremarlo. Se è ricco ne riuniscono i beni e li dividono in tre parti, una per la famiglia, una per pagare i vestiti e una terza per fare il nabid che bevono fino al giorno in cui la schiava si ucciderà e sarà bruciata insieme col padrone. Si inebetiscono bevendo questo nabid giorno e notte; talvolta uno di loro muore con la coppa in mano. Quando un grande personaggio muore, i componenti della famiglia chiedono ai giovani schiavi e schiave del defunto: “Chi di voi morirà con lui?”. Una rispose “Io”.

Non appena egli o ella ha detto, la cosa diventa obbligatoria; non ci si può sottrarre. Di solito sono le schiave che lo fanno. Quando arrivò il giorno in cui l’uomo doveva essere cremato e la ragazza con lui, io andai al fiume sul quale si trovava la sua nave. Vidi che avevano tirato la nave sulla riva, che avevano eretto dei pali di legno di betulla ed altro legno e che, attorno a essa, era stata fatta una struttura di legno simile ai padiglioni delle grandi navi. Indi trascinarono questa la nave finché non fu su questa costruzione lignea. […] Venne quindi una vecchia, che chiamano l’Angelo della Morte, e dispose sul giaciglio gli addobbi di cui sopra.

È lei che si incarica degli indumenti e di mettere a posto ogni cosa ed è lei a uccidere la giovane schiava. Vidi che era una vecchia imponente, grassa ed arcigna. Quando si recarono alla fossa, rimossero la terra da sopra il legno, indi tolsero il legno e portarono fuori il morto rivestiti degli abiti in cui era morto. Vidi che era diventato nero a causa del freddo della regione. […]. Gli misero addosso calzoni, calze, stivali, una tunica ed un caffettano di broccato con bottoni d’oro. In testa gli misero un cappello di broccato e pelliccia. Poi lo trasportarono nel padiglione sulla nave.

Lo misero seduto sul materasso sostenendolo con cuscini. Portarono nabid, frutti, vegetali odorosi che misero insieme con lui, e poi pane, carne e cipolle che gli misero a lato. Indi portarono un cane, che tagliarono in due e misero sulla nave. Poi portarono le sue armi e gliele posero al fianco. Poi condussero due cavalli, li fecero correre finché non furono sudati, poi li tagliarono a pezzi con una spada e li misero sulla nave. In seguito uccisero un gallo e una gallina e li gettarono sopra. […]

funerale vichingo
Funerale di un variago, Henryk Siemiradzki, 1884 (Wikipedia)

Avete capito: non c’è niente da ridere

Ciò che stupisce nella testimonianza di Ibn Fadlan è il fatto che ogni passaggio del rito funebre sia descritto con la massima cura e attenzione (un esempio è la volontarietà con cui la ragazza si offre e si prepara per il sacrificio).

La narrazione della storia – da questo momento parafrasata – prosegue con l’arrivo della schiava la quale, a detta del cronista, viene sollevata più volte dalla folla. Nel momento in cui era sospesa in aria, la donna tendeva a esclamare alcune frasi come “vedo mia madre e mio padre” e “vedo tutti i miei parenti morti, portatemi da loro”. Successivamente, la schiava afferma di vedere una sorta di paradiso nel quale, puntualmente, è presente il suo padrone. La ragazza descrive questo luogo come un giaciglio verde, vivo e frequentato da uomini i quali continuano a chiamarla costantemente.

Presa dalla irrequietezza, la schiava conferma alla sacerdotessa di voler completare il rito e raggiungere il suo amato padrone. Per tanto, viene condotta sulla nave con l’ausilio di due uomini che vengono identificati da Fadlan come i figli dell’Angelo della Morte. La fanciulla, affiancata dalla sacerdotessa, viene fatta entrare nei pressi di un baldacchino posizionato sulla nave e, nel mentre, alcuni guerrieri cominciano a percuotere le loro armi sugli scudi.

Una volta immobilizzata la giovane, si avvicina la sacerdotessa che le afferra il collo per poi legarglielo con una corda. La fase conclusiva del rito vede l’Angelo della Morte impugnare una lama con la quale trafigge brutalmente il corpo della ragazza fino a quando quest’ultima non cade a terra esanime.

Tra la folla che osserva il sacrificio, emergono due individui, non tanto distanti all’ambasciatore persiano, che iniziano a sminuire la cultura e lo stupore del cronista arabo. Questo loro sminuire prende forma perché gli stessi rus, nel vedere incredulo il viaggiatore, cominciano a rivendicare l’efficienza del loro trattamento dei morti, in particolar modo della loro salvezza.

Una di queste persone comincia a sostenere come il metodo norreno fosse molto più sicuro rispetto a quello islamico il quale consisteva nel lasciare marcire i propri defunti in pasto ai vermi sottoterra. Durante questo breve scambio di battute tra Fadlan e i due rus’, la nave della guardia variaga era ormai ridotta a pura cenere e con sé anche le spoglie della ragazza e del suo padrone.

Punti di vista e scomposizione del rito

Ciò che il viaggiatore arabo ha riportato, testimonia come i vichinghi percepissero il passaggio dalla vita alla morte in modo tripartito. Il momento “preliminare” ha inizio con la selezione della schiava da sacrificare la quale accompagnerà il defunto lungo il suo viaggio (non è un caso che come “area sepolcrale” vi sia una nave). Il secondo momento, invece, prende forma quando la persona deceduta viene avvistata direttamente dalla schiava, accertando sì il fatto che egli è “ancora in vita”, ma nel mondo dei morti.

Infine, il terzo momento comprende la conclusione del rito, il sacrificio della schiava e l’affermazione (nonché rinascita) sociale del deceduto. Quest’ultima viene stabilita mediante la conferma della morte della persona sacrificata la quale, adesso, vive in un altro mondo ossia quello ultraterreno.

L’importanza che l’unità vichinga, incluso il ceppo rus, attribuiva al rito funerario era fondamentale per la società dell’epoca. Questa affermazione può essere sintetizzata nelle leggende e nella mitologia norrena. Basti pensare al corpo senza vita del figlio di Odino, Baldr, che viene posto su una nave. Su quest’ultima, dopo i discorsi commemorativi, verrà appiccato il fuoco, suscitando grande commozione tra la folla accorsa per assistere.

Funerale vichingo
Il Valhalla, Emil Doepler, 1905 (worldhistory)

Un’altra testimonianza che documenta la realizzazione di queste ritualità nelle terre norrene viene fornita all’interno della saga degli Yngling (scritta da Snorri Sturluson) ove è contenuto un passo dedicato alle gesta di re Hake. Egli era stato gravemente ferito durante una battaglia, tanto che le sue condizioni divennero sempre più gravi. Sul punto di morte, Hake non esitò a chiedere ai suoi seguaci di bruciarlo sopra una nave da guerra.

Re Hake era stato così gravemente ferito che si rese conto che i suoi giorni non avrebbero potuto continuare a lungo; così ordinò una nave da guerra, che doveva essere caricata con i suoi morti e le loro armi, e portata verso il mare; il timone girato verso il largo, e le vele issate. Allora egli diede fuoco a del legno incatramato, e ordinò che con quello fosse fatta una pira nella nave. […] Il vento soffiava dalla terra, la nave volava, e bruciava di fiamme chiare, tra gli isolotti e nell’oceano.

Fare storia “mondiale” del medioevo: scoprire nuove vie di sapere

Giunti alla fine del testo, appare evidente come l’analisi offerta dal cronista arabo sia una disamina antropologica degna di nota. Essa fu condotta direttamente sul campo, in mezzo a un popolo tanto diverso da quello del cronista, ma già conosciuto all’epoca. L’aspetto principale che emerge nei testi del viaggiatore è l’approccio descrittivo a tutto ciò che osserva, con un’attenzione particolare per i dettagli. Tuttavia, Fadlan non è l’unico autore arabo a essersi avventurato in Europa, né il solo ad aver avuto contatti con il popolo del Nord.

Sebbene non sempre ben conosciuti, autori medievali come al-Idrisi di Ceuta, il geografo al-Mas’udi, il cronista Ibn Khordadhbeh, Ibn Hawqal e Ibn Rusta offrono un’opportunità conoscitiva della storia senza precedenti. L’intento di questo testo è quello di spingere il lettore a scoprire autori storici distanti dai nostri, uscendo dalla monotonia locale (che, pur essendo importantissima, non è l’unica) per aprirsi a nuove strade, prospettive e vie di sapere.

Bibliografia e letture consigliate

  • M., De Boüard, Le rotte dei Vichinghi, in I viaggi della storia, Bari, Edizioni Dedalo, 1988, pp. 93-108.
  • D. Zori, Age of wolf and wind: voyages through the Viking world, New York, Oxford University Press, 2024.
  • J. C. Ducène, Other Arab geographers’ sources on the north: The «Anonymous Relation» and al-Jayhani, in Muslims on the Volga in The Viking Age, a cura di J. Shepard, L. Treadwell, Gran Bretagna, Bloomsbury Publishing, 2023, pp. 67-83
  • G. Jones, I Vichinghi, Roma, Newton Compton, 1978.
  • A. C. Marturano, Storia dei Cazàri o dell’impero senza città, Raleigh, Lulu Press Inc, 2022.
  • S. Sturluson, La Saga degli Yngling, Vidofnir, 2016.

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Andrea Ribechini
Andrea Ribechini

Laurea triennale in Storia e Tutela dei Beni Culturali e magistrale in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Firenze. I suoi interessi principali vertono sulla storia medievale con una corsia preferenziale per quella scandinava e normanna, caratterizzata da un’impronta medievalistica.