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Sotto il peso del chiacchiericcio mediatico, tutto teso (legittimamente) a dar conto dei dettagli e degli sviluppi quotidiani che interessano l’invasione russa in Ucraina, si ha come a volte l’impressione che col passare del tempo l’analisi tenda ad affievolirsi in un progressivo arroccamento dell’opinione pubblica (e, forse, anche della comunità accademica) su posizioni ormai inscalfibili, su ferree convinzioni che poco o nessun terreno cedono all’emergere di nuove interpretazioni sulla Russia putiniana.
In questo senso, il volume Le trasformazioni della Russia putiniana a cura di Riccardo Mario Cucciolla e Niccolò Pianciola di Memorial Italia (edito da Viella, ottobre 2024) prova a porsi in controtendenza: una raccolta di saggi rigorosi e documentati che, nuove ricerche alla mano, indaga le evoluzioni del sistema di potere instauratosi al Cremlino da una molteplicità di punti di vista e con l’ausilio di diversi strumenti, che vanno dalla storia alla sociologia, dalla critica letteraria al commento politico.
La domanda di fondo è la stessa che si è imposta sulla scena internazionale assieme ai primi carri armati russi che oltrepassavano le proprie frontiere nella notte del 24 febbraio 2022: perché l’Ucraina? Come mai Vladimir Putin – e già qui una prima sotto-domanda: Putin, e chi altri all’interno delle élite del paese? – ha deciso di lanciare una guerra d’aggressione su larga scala, creando una delle crisi dell’ordine europeo più gravi dalla fine del secondo conflitto mondiale a oggi?
Narrazioni a confronto per capire le trasformazioni della Russia putiniana
Come accennavamo, con lo shock prodottosi nelle fasi iniziali dell’invasione sono andate circolando svariate narrazioni, talvolta anche di natura complottistica.
Se da una parte rimettevano al centro il problema dell’imperialismo di Mosca – magari circoscritto alla sola figura dell’attuale presidente, oppure all’estremo opposto preso come una sorta di “categoria eterna” che abbraccia l’intera storia del paese – dall’altra spostavano più l’accento su dinamiche di contesto, come l’allargamento progressivo della Nato o le evoluzioni politiche interne all’Ucraina, che relegavano infine la Russia sullo sfondo, un attore quasi privo della propria autonomia.
Soprattutto, in maniera del tutto comprensibile, prevaleva spesso l’esigenza di segnare una condanna morale di quanto stava accadendo o, viceversa, di esprimere uno smarrimento emotivo che per tante persone (in particolare per chi di Russia e di spazio post-sovietico si occupa a livello di ricerca e di impegno civile) era innanzitutto esistenziale. Di questo smarrimento, in effetti, parla un altro volume curato da Memorial Italia, Generazione Putin.
Eppure, a maggior ragione in un momento di confusione ed emergenza come quello rappresentato dall’invasione dell’Ucraina, dissezioni approfondite e il più possibile oggettive sono quanto mai fondamentali: dissezioni che partano da un’analisi dettagliata di quanto (al netto di ciò che è dato sapere) avviene al Cremlino perché è comunque da lì – quali che siano le opinioni di ciascuno sulle cosiddette cause profonde del conflitto – che ha avuto oggettivamente origine la guerra guerreggiata che ancora, a distanza di oltre tre anni, non accenna a smettere sul territorio ucraino.
Da qui, la questione con cui si apre il libro, di forti implicazioni teoriche ed etiche: è possibile parlare di fascismo a proposito del sistema di potere putiniano?
Nel dibattito più generalista, risuona forse ancora l’eco del potente articolo dello storico e saggista statunitense Timothy Snyder Dobbiamo ammetterlo, la Russia è fascista: un intervento che, per quanto di fonte estremamente autorevole e di indubbia efficacia retorica, rispondeva appunto all’esigenza di scuotere l’opinione pubblica e perorare la necessità di un sostegno totale a Kyiv.
Altra via, come quella intrapresa dal libro a cura di Cucciolla e Pianciola, è invece provare a combinare il più possibile la partigianeria di uno sguardo militante e intrinsecamente antifascista, che non esita a individuare nel presente delle potenziali reincarnazioni dei fascismi storici, dovessero trovarsi queste a Mosca o altrove. Il tutto con il massimo rigore concettuale, che per forza di cose lascia spazio a un ventaglio più ampio di dubbi, sfumature, comparazioni e ragionamenti aperti.
Perciò nell’introduzione i due curatori, dopo aver dato conto delle diverse posizioni sul tema, propongono di basare l’utilizzo della categoria di regime fascista a proposito del Cremlino di oggi su una “somiglianza di famiglia” (nel senso in cui usava una tale locuzione il filosofo del linguaggio Ludwig Wittengstein), per cui non deve darsi una perfetta corrispondenza di caratteristiche simili o uguali a una precisa esperienza storica, sia questa la dittatura mussoliniana in Italia o il nazionalsocialismo tedesco di Hitler.
Piuttosto, si tratta di pervenire a un approccio che sia egualmente polemico ed euristico, o anzi meglio euristico proprio perché polemico, che risulta cioè fecondo nel momento in cui non esita a porsi in aperta contrapposizione rispetto al proprio oggetto di studio.
Evita così di adagiarsi sia su parallelismi troppo semplicistici – il sistema di potere putiniano è in toto fascista – che sulle definizioni di comodo riprese dalla stessa propaganda di regime, come “democrazia sovrana” o simili, che a volte sotto la loro apparente neutralità nascondono la volontà di celare aspetti scomodi e inquietanti.
Labirinto Putin: una recognizione
In questo senso, le evoluzioni del governo russo soprattutto nell’ultimo decennio rappresentano una sorta di “labirinto politico” che è difficile ricondurre a un’interpretazione univoca. Non foss’altro perché, con l’invasione su larga scala dell’Ucraina, si è verificato un salto di livello piuttosto inaspettato, che in quanto tale impone di rileggere criticamente tante dinamiche che in passato erano forse state sottovalutate oppure erroneamente concettualizzate.
È vero, come mettono in luce molti autori del libro, in particolare dalla “svolta di Monaco” in avanti (il summit europeo del 2007 in cui Putin con un raggelante discorso praticamente dichiarò una sorta di “guerra fredda” nei confronti dell’Occidente).
I segnali di un crescendo autoritario e illiberale sono andati dispiegandosi uno dopo l’altro: l’intervento in Georgia dell’anno successivo, la repressione delle proteste russe del 2011 e l’ulteriore imbrigliamento dei processi elettorali, le leggi di stampo omolesbobitransfobico e conservatore così come quelle sugli “agenti stranieri” per ridurre lo spazio di dissenso, l’invasione sotto copertura in Donbas e l’annessione illegale della Crimea, gli omicidi politici (Boris Nemcov), l’alleanza con Assad in Siria…
D’altra parte, la salita al potere da parte dell’attuale leader del Cremlino non si è verificata sull’onda di mobilitazioni di massa di stampo nazionalista o revanscista, né con un colpo di stato in senso classico; inizialmente, si è anche data nell’ottica di un’apertura, magari prevalentemente strumentale ma comunque concreta, verso l’Europa e gli Stati Uniti, oltre ad aver riportato un certo ordine in seguito ai complicati anni Novanta e ad aver garantito tendenzialmente un incremento del benessere della popolazione (incremento basato soprattutto sui proventi da gas e petrolio che permetteva la specifica congiuntura economica dell’inizio degli anni Duemila).
Perciò forse, fa notare nel suo saggio in Le trasformazioni della Russia putiniana il politologo Vladimir Gel’man, dal 2010 in avanti la costante ideologica del sistema putiniano – più che sull’asse politica destra e sinistra o che attraverso la categoria dell’imperialismo – potrebbe essere letta nella volontà dei gruppi al potere di «congel[are] lo status quo politico ed economico della Russia a spese del futuro del paese» e, dal 2020 in poi, «garantire la continuità del dominio di Putin, a prescindere dai risultati e dalle performance del paese».
Si tratta, cioè, di una profonda ossessione per il mantenimento degli assetti interni alle élite che si traduce però – e qui sta chiaramente una delle rotture più lancinanti col passato – anche in un espansionismo territoriale dal momento che la Russia è passata a poco a poco a percepirsi come una “fortezza assediata” da un mondo esterno ostile.
E tuttavia, differenze ed elementi di novità rispetto ai fascismi storici o ad altre esperienze dittatoriali sulla scena globale non possono certo far passare in secondo piano l’attenta analisi di tutti i rischi e di tutte le involuzioni connesse con lo “scivolamento verso l’autoritarismo” della Russia, tanto che il sociologo Lev Gudkov (direttore del centro Levada) prova a impiegare il paradigma del totalitarismo per descrivere il potere putiniano.
D’altronde, l’accentramento delle istituzioni che regolano i più svariati aspetti della vita del paese è stato netto: addomesticamento delle forze partitiche, smantellamento del federalismo, subordinazione delle forze dell’ordine e della polizia politica nonché cooptazione di gruppi e milizie che esercitano il monopolio della violenza, stretta sui canali di informazione.
In particolare, Gudkov nota come l’economia russa oggi sia subordinata agli interessi del regime: lo stato possiede infatti più del 70% degli attivi finanziari russi, quota che negli anni Novanta equivaleva al 26-27%.
Questo perché la storia dell’ascesa di Putin al Cremlino è anche la storia di un sempre maggiore consolidamento di potere nelle mani dei siloviki, dei rappresentanti delle istituzioni repressive come i servizi segreti dell’Fsb che sono portatori di «un’ideologia centrata sulla mentalità corporativa dei “čekisti”: il principio dello stato totale, sovrano nei confronti della società». Allo stesso tempo, e in stretta sintonia con quanto detto da Gel’man, dice Gudkov che:
Il putinismo, inteso come ideologia, non è una guida all’azione politica e non offre un programma per riorganizzare la società secondo i suoi principi. Il conservatorismo putiniano serve a legittimare il regime e a conservare il potere. In sostanza, questa ideologia si riduce a giustificare la restaurazione del sistema precedente e a screditare il concetto stesso di riforma, bollando come assurda l’idea che i cambiamenti politici siano necessari, che il governo abbia l’obbligo di rendere conto delle proprie azioni e che la Russia debbia avviare un processo di democratizzazione.
Da qui, alcuni degli aspetti più paradossali del sistema di potere putiniano che spesso vengono fatti notare anche nella pubblicistica: un certo “pastiche postmoderno” che si esprime nelle simbologia e nelle ideologie di riferimento (a volte pescando da filosofi ultranazionalisti come Ivan Ilyn oppure dal passato sovietico), così come una pratica di repressione certo spietata quando si tratta di colpire figure eccellenti o quando viene oltrepassato un determinato limite ma non onnipervasiva come in altri casi della storia.
Anzi, in un certo senso (e contrariamente al totalitarismo stalinista), siamo di fronte a un totalitarismo senza stato, a un regime che non intende forgiare una società nuova ma che dalla società si tiene a debita distanza, punta a escluderla il più possibile da processi di scelta che non siano meri rituali – come quello elettorale, ormai completamente pilotato.
Come spiega nel suo saggio lo slavista Alberto Masoero, vi è questa contraddizione: il tentativo da parte di Putin di «costruire uno stato capace di sopravvivere al suo potere personale e quindi di vivere di una propria autonoma “stabilità”», che cozza però con una profonda sfiducia nei confronti del corpo sociale di essere all’altezza di un tale progetto. A cui si associa, inoltre, una parallela e sempre più paranoide sfiducia nei confronti dei propri accoliti: interessante la descrizione da parte di Masoero di come sia andata sviluppandosi nel corso del tempo all’interno delle élite russe una sofisticata “tecnologia politica” fatta di delazioni e guerra informativa per screditare funzionari o governatori non più ritenuti affidabili.
Anzi, la famosa “fabbrica dei troll” dell’imprenditore e mercenario a capo della compagnia Wagner Evgenij Prigožin (la cui ribellione nell’agosto del 2023 fu uno dei simboli più eclatanti delle crepe nella verticale di potere russa) fu fondata inizialmente proprio per operazioni interne alla Federazione. Appunta l’autore:
È un dettaglio che merita di essere considerato per comprendere come i tentativi di “interferenze” nelle elezioni di questo o quel paese largamente discussi nella stampa internazionale – in primis la divulgazione dei messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton nel 2016, peraltro operazione rivendicata apertamente dallo stesso Prigožin – non siano altro che la traslazione nelle relazioni internazionali di un modello di azione politica concepito e sviluppato in patria, dopo averne sperimentato l’efficacia.
Il che conduce, sulla scorta del contributo dell’economista Andrej Jakovlev, a un’ulteriore provocazione: non solo quello della Russia attuale è un totalitarismo senza stato, ma è anche un sistema di potere per cui Putin è, in una certa misura, in guerra contro il suo stesso paese e le sue dinamiche sottostanti. D’altronde, la metafora della “fortezza assediata” menzionata in precedenza vale tanto verso l’esterno delle frontiere della Federazione quanto circoscrivendola al Cremlino (o, magari addirittura, a una più ristretta “stanza dei bottoni” interna al Cremlino) rispetto a tutto ciò che ne sta fuori.
In tanti punti del volume a cura di Cucciolla e Pianciola si ricorda come, in questa costante dialettica fra politica estera e politica interna, la stretta autoritaria in Russia si sia intensificata in seguito alle proteste del 2011 e in generale al ciclo delle “primavere arabe” dell’inizio degli anni Dieci. Tutti movimenti visti dalle élite russe come minacciose “rivoluzioni colorate”, ricollegandovi d’altronde anche il Majdan in Ucraina, che avrebbero presto insidiato il loro potere.
Da un punto di vista economico, spiega Jakovlev, questo ha portato a costruire una sorta di “economia di resistenza” (per certi versi paragonabile a quella dell’Iran) in cui si cerca di coniugare l’isolazionismo alla stabilità, che è a sua volta il punto di arrivo di un processo che ha visto il capitalismo russo incamminarsi, dopo le riforme liberali sotto El’cin, verso una progressiva cattura delle risorse del paese (anni Duemila), con il conflitto fra oligarchi e alta burocrazia statale, e poi a una “nazionalizzazione delle élite” (anni Dieci) in cui appunto le priorità di sicurezza prevalgono sulle priorità di sviluppo.
In un contesto siffatto, però, la guerra serve bene anche da “valvola di sfogo” e le relative commesse (al netto ovviamente delle sanzioni e di un quadro generale che è artificialmente “drogato”) vengono reinvestite nelle regioni più povere: si fa notare nel libro come, nell’estate del 2023, queste hanno conosciuto un vero e proprio boom edilizio così come l’industria militare va concentrandosi nelle città più piccole, in declino dopo la guerra fredda, oppure nelle periferie industriali delle metropoli.
Ed è proprio su tali conseguenze che si concentra il resto del volume, su come l’invasione dell’Ucraina sta cambiando il “contraltare del sistema putiniano”, quella società che dal Cremlino viene esclusa dai processi decisionali e oramai da sempre maggiori ambiti di libertà personale. I diversi saggi esplorano i temi della demografia e delle migrazioni, delle politiche della memoria e degli ambienti universitari, dei diritti umani e delle battaglie della comunità queer e LGBT, con alcuni accenni critici anche al modo in cui la “sinistra di movimento”, specialmente nell’ovest europeo, ha reagito alla guerra.
Solo un’annotazione su questo: si parla, chiaramente, della difficile condizione dell’opposizione russa, fra chi ha preso la strada dell’esilio, chi subisce repressioni patria che spesso sfociano nell’incarcerazione quando non nella morte, chi invece magari coltiva un dissenso silenzioso, o comunque discreto, per non incappare nella più totale inazione. Molto si è detto e si dice, anche nella pubblicistica, rispetto a questa altra Russia – che è vittima doppiamente del sistema di potere putiniano, sia perché perseguitata ma anche perché, talvolta, avviluppata in maglie di pensiero che è necessario, e non sempre facile, decostruire.
Il giornalista e ricercatore Aleksandr Baunov si spinge, sulla scorta peraltro del suo libro La fine del regime, a immaginare come unica percorso d’uscita dal putinismo una “via spagnola”: una sorta di collaborazione fra “emigrazione all’estero” ed “emigrazione interiore”, fra «parte razionale delle élite, l’opposizione, gli intellettuali critici verso il regime, il mondo degli affari e gli emigrati», come mutatis mutandis è successo con quei pezzi di stato e società sotto il franchismo che riuscirono a traghettare il paese fuori dalla dittatura.
Impossibile valutare la pregnanza concreta di un simile parallelismo, e se la realtà potrà intraprendere una tale direzione. Certo è che solo dall’incessante lavorio di analisi e di interpretazione – come prova meritoriamente a fare Le trasformazioni della Russia putiniana, allargando lo sguardo alla storia recente e remota – potranno emergere ipotesi di un presente diverso.
Le trasformazioni della Russia putiniana a cura di Riccardo Mario Cucciolla e Niccolò Panciola, Viella Editrice, 2024.
giornalista pubblicista, collabora con diverse riviste e diversi siti on-line, occupandosi principalmente di quanto si muove a livello politico e sociale in area est-europea e anatolica. Ha scritto di proteste femministe in Polonia, dell’elezione del primo sindaco comunista eletto in Turchia, di compagnie teatrali clandestine in Bielorussia e di cosa vuol dire fare informazione indipendente in Transnistria.