Come potrai immaginare, questo progetto ha dei costi, quindi puoi sostenerci economicamente con un bonifico alle coordinate che trovi qui di seguito. Ti garantiamo che i tuoi soldi verranno spesi solo per la crescita del progetto, per i costi tecnici e per la realizzazione di approfondimenti sempre più interessanti:

  • IBAN IT73P0548412500CC0561000940
  • Banca Civibank
  • Intestato a Meridiano 13

Puoi anche destinare il tuo 5x1000 a Meridiano 13 APS, inserendo il nostro codice fiscale nella tua dichiarazione dei redditi: 91102180931.

Dona con PayPal

Una Belarus che vive tra dittatura e resistenza. La dissidenza bielorussa nei 30 manifesti di Arthur Vakarov

A quasi un anno di distanza dal trentennale dell’insediamento di Aljaksandr Lukašenka, in carica come presidente della Belarus* dal luglio 1994, la casa editrice Morcelliana, per la sua collana Scholé, ha pubblicato Bielorussia viva tra dittatura e resistenza (1994-2024), un breve ma importante e necessario saggio sull’ex repubblica sovietica che “granitica, immobile e immutata da oltre trent’anni nel suo sistema di potere, rappresenta senza ombra di dubbio un caso unico nel contesto europeo” (Francesco Brusa, p.13).

Curato da Giulia De Florio, traduttrice e docente di Lingua e traduzione russa all’Università di Parma che si occupa anche di poesia bielorussa, nonché presidente di Memorial Italia, il volume dà voce a un paese stretto nella morsa di una dittatura le cui sorti, in Europa, continuano a essere dimenticate, nonostante la situazione attuale sia drammatica.

Attraverso i testi, e soprattutto le potenti immagini dei trenta manifesti di Arthur Vakarov, uno dei designer più influenti del paese, questo saggio ci dà modo di conoscere e riflettere sull’identità bielorussa, sulla repressione, sul coraggio e la voglia di opporsi di una popolazione che nel panorama italiano conosciamo ancora troppo poco; e su cosa significa lottare, giorno dopo giorno, per la propria libertà, i diritti umani e la democrazia.

La stampa e l’opinione pubblica ci raccontano la realtà della Belarus soprattutto attraverso le scelte e i comportamenti del suo dittatore Aljaksandr Lukašenka, e del suo legame succube della Russia di Putin. […] Questa condizione di «minorità informativa» di cui soffre la Belarus ha colpito anche nell’ottobre del 2022, quando il premio Nobel per la pace è andato a due organizzazioni non governative (la russa Memorial e l’ucraina Centro per le libertà civili) ma anche al difensore dei diritti umani Ales Bialjacki, fondatore del Centro per i diritti umani Viasna, condannato successivamente ancora una volta a dieci anni di reclusione.

[Marcello Flores, prefazione p.5-6]

Diritti umani e prigionieri politici tra dittatura e resistenza

Speranza, paura, forza e dignità… Sono in effetti concetti che potrebbero riassumere una bella fetta di storia contemporanea della Belarus.

Così scrive il giornalista Francesco Brusa (p.15), mentre in Bielorussia viva tra dittatura e resistenza delinea la storia di un paese che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nonostante le numerose analogie con la confinante Ucraina, ha deciso di seguire un percorso completamente diverso da quest’ultima, scegliendo – per citare la scrittrice e premio Nobel Svjatlana Aleksievič – di essere un “paese forte”.

dittatura e resistenza
La politica ostile e aggressiva del regime di Lukašenka in 30 anni ha stravolto l’immagine della nazione bielorussa, che è passata da quella del popolo più amichevole a tranquillo d’Europa a una diametralmente opposta. Ora siamo una nazione sospetta e ostile (Arthur Vakarov, manifesto n.7)

Oggi, il controllo delle autorità statali sulla vita delle persone non sembra essere cambiato di una virgola rispetto agli anni trascorsi sotto la dittatura comunista e sovietica, che si ritrova sempre nelle mani di Lukašenka.

Probabilmente, la promessa di stabilità e sicurezza ha sempre avuto la meglio rispetto al rincorrere quei cosiddetti diritti civili cari agli europei e ai paesi democratici. O almeno così è stato finché anche i bielorussi e le bielorusse non hanno cominciato ad alzare la voce e a farsi sentire, finendo con lo scendere in piazza a protestare contro le elezioni-farsa dell’agosto 2020.

Qualche mese prima, pur di non perdere il potere, Lukašenka aveva già iniziato a silenziare con arresti e repressioni politiche i suoi oppositori, ma non è comunque riuscito a evitare né l’ondata di manifestazioni antigovernative molto partecipate, né le pressioni e gli appelli internazionali.

Leggi anche: Il grido d’aiuto ignorato dalla comunità internazionale: che fine hanno fatto il Nobel per la Pace Ales Bialiatski e gli altri prigionieri politici in Bielorussia?

Arrivati a marzo 2025, dopo anni di proteste e forme di dissenso pacifiche – e un coinvolgimento semi-diretto nell’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 – la Belarus guidata da Lukašenka continua a subire notevoli critiche internazionali per il trattamento riservato ai prigionieri politici. Le organizzazioni per i diritti umani, in particolare Viasna, riferiscono che circa 1.400 persone sono tuttora detenute per motivi politici, molte delle quali in condizioni difficili e con cure mediche inadeguate, se non del tutto assenti.

Il governo bielorusso è stato accusato di aver commesso diffuse violazioni dei diritti umani contro la popolazione civile del paese, alcune delle quali equivalenti a crimini contro l’umanità, come parte di un brutale sforzo per reprimere ogni opposizione al governo. È ciò che afferma un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite sulla situazione, critica, dei diritti umani in Belarus. Marija Kalesnikava, Viktar Babaryka, Sjarhej Cichanoŭski e molti altri sono in carcere da anni ormai.

Negli ultimi tempi, l’amministrazione del presidente è stata anche accusata di costringere i prigionieri politici a confessioni pubbliche e a espressioni di colpevolezza come prerequisito per il rilascio. Mentre alcuni detenuti si sono piegati a queste proposte, stremati da torture e intimidazioni e impauriti per le sorti dei loro familiari, altri si rifiutano fermamente di farlo, sostenendo la propria innocenza nonostante le potenziali conseguenze.

Nonostante le richieste dell’Unione Europea, che minaccia sanzioni contro i responsabili delle violazioni dei diritti umani, il governo bielorusso mantiene la sua linea dura anche dopo le ultime “elezioni” dello scorso gennaio, con cui Lukašenka ha iniziato il suo settimo mandato presidenziale consecutivo.

Sbaglierebbe chi vede in Lukašenka un “presidente finito”, tenuto in piedi soltanto grazie al sostegno russo e, magari, dal timore per un intervento esterno. […] Ma sbaglierebbe altrettanto chi tende a ridurre la Belarus alla volontà di un solo uomo e della sua cerchia di fedelissimi, nel momento in cui società civile, opposizioni intellettuali e semplici cittadini danno continuamente prova di saper immaginare e mettere in pratica un paese diverso”.

[Francesco Brusa, p.34]

Leggi anche: Repressioni, persecuzioni e censura: Lukašenka verso il settimo mandato in Bielorussia

Il linguaggio della resistenza

Solo in tempi di sconvolgimenti sociali, come quelli attuali in Belarus, il poeta e il lettore iniziano a parlare la stessa lingua.

[Marija Malinovskaja, poeta bielorussa russofona, p.39]

Se c’è una cosa che ha colpito e che continua a far riflettere riguardo alla resistenza e al dissenso della società bielorussa che ha invaso le piazze di Minsk e altre città nel 2020, è la questione identitaria, legata soprattutto ai simboli e alla lingua che la compongono. La continua ricerca dell’affermazione di un’identità bielorussa non solo suscita inevitabilmente dibattito, ma crea anche una vera e propria spaccatura tra la popolazione e il regime di Lukašenka.

Repressioni e censure sono all’ordine del giorno e numerosi intellettuali e artisti sono vittime di questo regime. Dmitrij Strocev, Hanna Komar, Ales Puškin: sono solo alcuni dei nomi più noti.

Nel testo La parola che agisce, all’interno di Bielorussia viva tra dittatura e resistenza, Giulia De Florio sottolinea bene come “la parola si mette al servizio” (p.35) e diventa così uno degli strumenti più potenti, insieme all’evocazione di immagini, per esprimere la propria libertà e volontà.

dittatura e resistenza
I simboli storici dello Stato non solo sono vietati, ma il loro uso comporta una pena detentiva fino a 4 anni. Di fatto in Belarus non è sicuro parlare in bielorusso. Qualsiasi iniziativa di carattere civile o storico viene brutalmente soppressa (Arthur Vakarov, manifesto n.1)

Come nelle piazze ucraine durante la Rivoluzione della dignità, artisti e artiste in Belarus svolgono un ruolo cruciale per denunciare, documentare e manifestare il proprio dissenso.

La parola, anche quando apparentemente cristallizzata in un’epoca lontana, non smette di vivere e spaventare il potere

[Giulia De Florio, p.38]

Una poesia è una via d’uscita quando non c’è via d’uscita (p.55): De Florio cita proprio la poeta Lina Kazakova per far capire come, di fronte alle catastrofi, la lingua e la poesia possano rivelarsi un mezzo per salvarsi e non annegare anche se il peso di un plurilinguismo che invece di essere foriero di fertili ibridazioni è spesso ragione di scontro, la progressiva marginalizzazione negli spazi politici e culturali a favore di un asservimento di antico sapore imperialista, la mancata rielaborazione di un passato traumatico e spesso riscritto secondo una narrazione distorta e fuorviante sembrano motivi sufficienti per far perdere il senso della poesia, della scrittura e dell’arte in generale (p.54).

Trenta manifesti per ricordare dittatura e resistenza

Il talentuoso designer bielorusso, Arthur Vakarov, è la ragione per cui è nato il volume Bielorussia viva tra dittatura e resistenza.

dittatura e resistenza
Arthur Vakarov all’inaugurazione della mostra “30 anni di dittatura in 30 manifesti” a Brescia (Memorial Italia)

Emigrato in Polonia, a Varsavia, per circostanze di natura politica, Vakarov ha lanciato a Vilnius nel 2024 la mostra “30 anni di dittatura in 30 manifesti”, che segna i tre decenni di governo di Lukašenka. L’esposizione, alla cui inaugurazione ha partecipato anche la leader dell’opposizione in esilio proprio in Lituania, Svjatlana Cichanoŭskaja, illustra perfettamente le conseguenze catastrofiche dell’autoritarismo in Belarus, sottolineando l’importanza della resistenza contro il regime.

Il nome e il lavoro di Vakarov sono poi giunti anche in Italia grazie alla Cooperativa Cattolica-democratica di Cultura di Brescia, che ha potuto esporre e mettere in luce, attraverso i manifesti dell’artista, le sfide sociali e culturali bielorusse.

Vi è la constatazione che in Italia, per una sorta di cinismo, antioccidentalismo e fascinazione verso i regimi autoritari, la solidarietà verso i popoli che subiscono l’imperialismo russo non è sentita da una parte consistente dell’opinione pubblica come sarebbe necessario in una democrazia matura.

[Filippo Perrini, p. 109]

Per approfondire, trovate alcune letture nella nostra sezione dedicata alla Belarus.
dittatura e resistenza belarus

Bielorussia viva tra dittatura e resistenza di Giulia De Florio (ed.), Editrice Morcelliana, 2025.

*Per questo articolo abbiamo deciso di rispettare la scelta della curatrice del libro, Giulia De Florio, e di usare la traslitterazione inglese di Belarus per indicare il paese e non Belarus’ (traslitterazione ufficiale dal bielorusso) come siamo soliti fare, né tantomeno Bielorussia (titolo del volume) al fine di allontanarci dal toponimo di origine sovietica.

Condividi l'articolo!
Claudia Bettiol
Claudia Bettiol

Traduttrice e redattrice, la sua passione per l’est è nata ad Astrachan’, alle foci del Volga, grazie all’anno di scambio con Intercultura. Gli studi di slavistica all’Università di Udine e di Tartu l’hanno poi spinta ad approfondire le realtà oltrecortina, in particolare quella russa e quella ucraina. Vive a Kyiv dal 2017, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, MicroMega e Valigia Blu. Nel 2022 ha tradotto dall’ucraino il reportage “Mosaico Ucraina” di Olesja Jaremčuk, edito da Bottega Errante.